News 14 / 13.12.2017 - Diritto penale - "Fidarsi è bene...", intervista di Ticino Management all'Avv. Leandro Noi (pagg. 80-81)
News 13 / 03.11.2017 - Diritto penale - Inchiesta giornalistica RAI di TG1-TV 7 su società di comodo e sospetti di infiltrazione della criminalità italiana, include intervista all'Avv. Leandro Noi

Filmato (vedi a min 2 sec 22)

TG1 – TV 7 del 03/11/17

News 12 / 15.06.2017 - Diritto penale - "Norme a credito", intervista di Ticino Management (pagg. 56-57) a Leandro Noi
News 11 / 15.05.2017 - Diritto prudenziale - "Protezione legale in Svizzera dell'investitore finanziario estero", Leandro Noi, inserto ne "Il Sole 24 Ore", Industria e internazionalizzazione, Maggio 2017, pag. 12
News 10 / 18.02.2016 - Diritto bancario - La nuova Convenzione di diligenza delle Banche 2016 - Luca Bernasconi / Leandro Noi, in Novità fiscali, SUPSI, N° 2 Febbraio 2016, pagg. 30 e segg.
News 9 / 15.02.16 - Diritto prudenziale - "Scelte difficili per i gestori esterni", intervista di Ticino Management (pagg. 50-51) ad Alfredo Celio e Leandro Noi
News 8 / 09.07.2015 - Diritto privato - La fine delle azioni al portatore in Svizzera

La fine delle azioni al portatore in Svizzera

Nell’ambito delle misure imposte dal GAFI[1] alla Svizzera ed agli altri Stati membri dello stesso organismo internazionale, volte a prevenire il riciclaggio di denaro ed il finanziamento del terrorismo, è prevista una maggiore trasparenza anche per quel che attiene alla detenzione di azioni, le quali fondamentalmente non potranno più essere costituite nella forma di azioni al portatore anonime[2], così come invece sinora era il caso.

Oltre al cambiamento di paradigma per quanto attiene ai reati fiscali, che verranno parzialmente integrati quali reati a monte del riciclaggio[3] e quindi comporteranno l’obbligo di segnalazione alle autorità da parte degli intermediari finanziari, oltre alla limitazione delle operazioni cash liberamente eseguibili[4], nonché alla registrazione obbligatoria delle fondazioni ecclesiastiche e di famiglia (art. 6b cpv. 2bis Titolo finale Codice Civile), il GAFI è riuscito a far sì che la Svizzera ponesse “fuori legge” le azioni al portatore anonime. Le stesse sulla carta non saranno da subito abrogate, ma va da sé che un’azione al portatore “nominativa” perderà il proprio senso di esistere.

I nuovi obblighi di annuncio di seguito elencati, va premesso, non sussistono se le azioni al portatore sono quotate in borsa o rivestono la forma di azioni emesse quali titoli contabili ai sensi della legge del 3 ottobre 2008 sui titoli contabili (art. 697i cpv. 4 e 697j cpv. 3 Codice delle obbligazioni, infra CO).

Escluse quindi le tipologie di azioni al portatore di cui sopra, occorrerà di conseguenza che ogni acquisto di azioni al portatore successivo al 1. luglio 2015 sia conformemente all’art. 697i cpv. 1 CO notificato dall’azionista acquirente alla corrispettiva società anonima[5], e ciò entro un mese, pena la sospensione dei diritti sociali (art. 697m cpv. 1 CO). Qualora non intervenisse l’annuncio entro il termine suddetto, i diritti di voto sarebbero sospesi e i diritti patrimoniali (dividendi ad esempio) sarebbero perenti, ovvero decadrebbero (art. 697m cpv. 3). I diritti sociali rivivrebbero ex nunc, ovvero solo a partire dalla data del successivo annuncio dell’acquisto (art. 697m cpv. 3 seconda frase CO). Il CdA della società anonima, dovrà vegliare affinché nessun azionista eserciti i propri diritti in violazione degli obblighi di annunciare (art. 697m cpv. 4 CO). Unitamente all’annuncio dell’avvenuto acquisto di azioni al portatore, l’acquirente dovrà comprovare il possesso delle azioni ed identificarsi (art. 697m cpv. 2 CO).

Le azioni al portatore già detenute prima del 1. luglio 2015 e soggette agli obblighi di annuncio, godranno di un periodo di grazia sino al 31.12.2015 per quanto attiene alla decadenza dei diritti patrimoniali, che saranno “per la prima volta” solo sospesi (art. 3 cpv. 1 delle disposizioni transitorie).

Inoltre, ai sensi dell’art. 697j CO, chi, da solo o d’intesa con terzi, acquista azioni di una società (sia nominative sia al portatore) le cui azioni non sono quotate in borsa né rivestono la forma di azioni emesse quali titoli contabili, ottenendo in tal modo una partecipazione che raggiunge o supera il limite del 25 per cento del capitale azionario o dei voti, dovrà provvedere ad annunciare entro un mese alla società il nome, il cognome e l’indirizzo della persona fisica per la quale, in definitiva, agisce (avente economicamente diritto, di seguito ADE). Ovviamente l’azionista formale può corrispondere all’ADE (solo al primo incombono però gli obblighi di annuncio). Come già avviene nell’ambito della gestione dei conti bancari, non può quindi più sussistere un’interposizione di persona o società che possa “schermare” il nominativo del titolare effettivo del bene patrimoniale, qui l’azione al portatore, quando una partecipazione raggiunge o supera il limite del 25 per cento del capitale azionario o dei voti.

Per quanto attiene alla pregressa detenzione di quote che superano la soglia, va detto che l’obbligo di annuncio concerne unicamente la detenzione di azioni al portatore e non le azioni nominative (art. 3 delle disposizioni transitorie). Pertanto solo coloro che al 1. luglio 2015 detengono partecipazioni tramite azioni al portatore che superano la citata soglia del 25%, dovranno procedere agli annunci di cui all’art. 697j CO in punto all’ADE, entro al più tardi il 31.12.2015 (periodo di grazia).

Le disposizioni di cui sopra inerenti all’ADE valgono anche per le società a garanzia limitata (art. 790a CO), così come per le società cooperative nella misura in cui queste ultime tengono un elenco dove sono iscritti il nome e il cognome o la ditta nonché l’indirizzo di ogni socio (art. 837 CO).

Conclusioni

È pertanto palese la necessità per società quali SA e Sagl in primis, così come per gli attuali e futuri azionisti rispettivamente soci, di procedere gli uni all’implementazione delle misure necessarie (vedi elenco dei titolari di azioni al portatore e/o degli aventi economicamente diritto annunciati alla società, allestimento di nuova formularistica, controlli, adeguamento statutario, ecc.), gli altri alle segnalazioni di acquisti di azioni al portatore ed ADE, nonché, laddove prescritto, a comprovare possesso dei titoli e fornire i propri documenti di identificazione (per questi due ultimi aspetti non è ad ogni modo applicabile il termine di un mese, bensì sarebbe possibile di principio fornire anche successivamente la necessaria documentazione).

Il mancato ossequio delle nuove norme porterebbe alla sospensione di diritti sociali e l’eventuale perenzione dei diritti patrimoniali per i soci da un lato, dall’altro possibili responsabilità per gli organi societari che non provvederanno alle necessarie implementazioni.

Si può infine sin d’ora affermare come secondo dottrina maggioritaria sussista una chiara esigenza di chiarimenti specifici ma importanti, si pensi ad esempio alla modalità di computo delle soglie di detenzione di azioni, quando l’acquisizione di azioni (>25% del capitale) di una società A avviene tramite una società B, che a sua volta è detenuta da più azionisti: la partecipazione nella società A acquisita dalla società B sarà da computare su tutti i suoi azionisti, che dovranno quindi essere tutti notificati dalla società B alla società A? Sono attesi chiarimenti in merito.

[1] Gruppo di azione finanziaria. Trattasi di un organismo intergovernativo che si prefigge di fissare i parametri da applicare a livello internazionale nella lotta al riciclaggio di denaro ed al finanziamento del terrorismo. Benché le Raccomandazioni del GAFI non rivestano carattere imperativo, la mancata applicazione delle stesse può comportare gravi danni reputazionali ad una Piazza finanziaria, tali da compromettere la capacità dei propri intermediari finanziari di competere ed operare a livello internazionale. Va rilevato come contro le direttive emanate dal GAFI il cittadino elvetico, così come la stessa Confederazione (lo stesso vale per gli altri Stati), non dispone direttamente di alcun diritto politico di opposizione efficace.

[2] Cfr. Raccomandazione GAFI nr. 24 in:

http://www.fatf-gafi.org/media/fatf/documents/recommendations/Recommandations_GAFI.pdf

[3] Cfr. Paolo Bernasconi, Evasori tra due fuochi, ne “La Regione”, 16 dicembre 2014 in: http://www.pblaw.ch/repository/File/La%20Regione%20-16%2012%2014%20.pdf

[4] Ibidem.

[5] Oppure ad un intermediario finanziario specificatamente incaricato dalla SA (art. 697k CO).

LETTERATURA

Tamara Erez, Imminente entrata in vigore della Legge federale concernente l’attuazione delle Raccomandazioni del GAFI rivedute nel 2012. Novità fiscali, 2015 (6). pp. 3-4., in: http://novitafiscali.supsi.ch/id/eprint/429

Markus Vischer, Erste Antworten zu von Art. 697i- 697m OR und Art. 1–3 UeB betreffend Transparenz von Aktiengesellschaften aufgeworfenen Fragen, in:

https://www.walderwyss.com/publications/1635.pdf

Dieter Gericke/Daniel Kuhn, Neue Meldepflichten für Aktionäre und Gesellschaften, 29.05.15, in:

http://www.homburger.ch/fileadmin/publications/Homburger_Bulletin_20150529.PDF

Therese Amstutz, Neue Pflichten für Anteilseigner und Gesellschaften im Zuge der Umsetzung der GAFI-Empfehlungen, 7.4.2015, in:

http://www.kpmg.com/CH/de/Library/Articles-Publications/opportunities-and-risks/Documents/pub-20150519-chancen-risiken-neue-pflichten-anteilseigner-de.pdf

News 7 / 03.02.2015 - Diritto privato - Il Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l'Italia del 18 Luglio 1868, ne "La Rivista", Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, Febbraio 2015

Testo presente in

La Rivista, Febbraio 2015, CCIS , pag. 32-34

News 6 / 24.12.2014 - Diritto fiscale - Orizzonti temporali del segreto bancario e voluntary disclosure, in Novità fiscali, SUPSI, N° 12 Dicembre 2014, pag. 26 e segg
News 5 / 09.12.2014 - Diritto privato - Le successioni italo-svizzere, in Corriere del Ticino 04.12.2014, pag. 41

Le successioni italo-svizzere

Storia di un trattato del 1868

La comunità italiana in Svizzera ha saputo storicamente integrarsi e contribuire al benessere comune, portando con rispetto la propria latinità e la propria energia positiva. Probabilmente in Svizzera è difficile che qualcuno possa dire di non avere mai avuto nella propria vita un collega, un amico, se non un parente italiano. Gli stessi italiani sovente, dopo un processo di acclimatazione e di radicamento nel tessuto sociale svizzero, hanno maturato un sentimento di appartenenza, magari talvolta anche critico, verso il nostro Paese e vi sono definitivamente stabiliti. Il flusso migratorio verso la Svizzera, nel 2013, è il terzo per importanza (circa 10’000 persone), secondo solo all’Inghilterra (circa 13’000) ed alla Germania (all’incirca 12’000)[1]. Pertanto il fenomeno è lungi dall’essersi esaurito.

Non va qui dimenticato come pure la presenza elvetica sul territorio italiano sia in proporzione estremamente significativa. L’Ufficio federale di statistica rileva infatti per il 2012 la presenza permanente e temporanea di 50’000 svizzeri.

In questo contesto oggigiorno è scontato evidenziare come le relazioni transfrontaliere comportino sempre più la necessità di allineamenti giuridici fra gli Stati, al fine di regolare convenientemente le situazioni tra Stato di origine e Stato di domicilio (nel senso di residenza permanente).

Per una volta il focus della discussione non è però incentrato sui rapporti fiscali, bensì sulle questioni privatistiche legate in particolare alle successioni, benché anche in questo campo non sussista chiarezza per quel che attiene alla fiscalità[2].

Nel lontano 1868 la Confederazione e l’allora Regno d’Italia stipularono il Trattato di domicilio e consolare, con cui venne stabilito che le controversie che potessero nascere tra gli eredi di un Italiano morto in Svizzera riguardo alla eredità da lui relitta, sarebbero state portate davanti al giudice dell’ultimo domicilio che l’Italiano aveva in Italia e che la reciprocità avrebbe avuto luogo nelle controversie che potessero nascere tra gli eredi di uno Svizzero morto in Italia. Il Trattato è tutt’oggi inalterato in vigore.

Ma è ancora corretto che sia così?

È ancora oggi lecito aprioristicamente sostenere che il cittadino svizzero o italiano integrato nella società del Paese di domicilio, possa ritenere adeguato che un’eventuale controversia attinente alla sua futura successione possa essere giudicata dalle autorità del Paese d’origine, a fronte di un radicamento famigliare, sociale e professionali nel Paese di domicilio? Allo stesso modo, è opportuno prevedere l’applicazione del diritto dello Stato d’origine?

È a nostro avviso lecito porsi tale domande, in quanto un Trattato che affonda le sue radici nel XIX secolo, si scontra inevitabilmente con le mutate condizioni sociali, economiche e morali che si ritrovano nel XXI secolo.

Per quanto attiene al diritto applicabile alla successione, la questione può trovare soluzione nella cosiddetta professio iuris, ovvero la scelta del diritto sostanziale, che permette, benché sussistano alcuni vincoli[3], ad ogni cittadino svizzero o italiano di sottomettere la propria successione al diritto dello Stato di domicilio.

In punto alla possibilità di una prorogatio fori, ovvero la designazione arbitraria di un Tribunale competente, il Trattato per contro limita alquanto le possibilità, soprattutto secondo prassi e dottrina italiane. In Svizzera l’opinione dominante ritiene che i cittadini italiani residenti permanentemente in Svizzera possano, in via di disposizione a causa di morte, sottomettere ai Tribunali elvetici eventuali future vertenze nel merito della loro successione. La soluzione appare però monca in quanto sussistono dubbi sul fatto che tali procedure possano espletare pienamente gli effetti anche nella giurisdizione italiana, così che si invita in questi casi a redigere due testamenti, uno per ogni Stato[4]. In Italia dottrina e prassi di maggioranza escludono infatti la proroga del foro unilaterale da parte del testatore[5].

Riassumendo la situazione odierna in funzione del Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l’Italia, in assenza di disposizioni a causa di morte ad esso deroganti, le controversie relative alla successione apertasi nello Stato di domicilio saranno giudicate presso il foro competente dello Stato d’origine che applicherà il proprio diritto nazionale.

Qualora si volesse derogare a tali regole, occorrerebbe predisporre una disposizione a causa di morte (in una forma ammessa preferibilmente in entrambi gli Stati), che, per quanto attiene al diritto applicabile, avrebbe gli effetti auspicati, mentre che in punto alla competenza nazionale potrebbe rivelarsi infine (parzialmente) inefficace.

Come considerazione finale ci sembra di poter dire che in un mondo caratterizzato dalla mobilità e da una maggiorata necessità di autonomia personale, è forse oggi opportuno rivalutare conseguentemente, da entrambe le parti del confine, il Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l’Italia del 1868 al fine di adeguare le presunzioni giuridiche in esso contenute e di altresì garantire pienamente anche l’ammissibilità della prorogatio fori in favore del Paese di domicilio, oltre alla professio iuris, fatto salvo il caso di eventuale abuso di diritto, come nel caso di un trasferimento palesemente volto a raggirare le proprie norme nazionali.

Avv. Leandro Noi, Leggia

[1] Vedi www.repubblica.it, 10 maggio 2014.

[2] Si veda in merito SAMUELE VORPE: «… e una convenzione sulle imposte di successione con l’Italia?», in www.gdp.ch, 22.05.2014.

[3] Secondo l’art. 46 cpv. 2 L. 31 maggio 1995, n. 218, un’eventuale scelta in favore del diritto elvetico, non potrà comportare la lesione dei diritti degli eredi legittimari residenti in Italia.

[4] Cfr. Comunicazione del Bezirksgericht Zürich: „Care italiane e cari italiani“.

[5] GERARDO BROGGINI, in: Studi di diritto internazionale privato e processuale, I., Napoli, 2007, 420.

News 4 / 23.10.2014 - Diritto prudenziale - Gestori patrimoniali fra LSF e LIFin

Con l’intento di creare un regime eurocompatibile nell’ambito di servizi finanziari e relativa vigilanza prudenziale, nonché di favorire nel contempo la trasparenza nei confronti dei clienti, il Dipartimento federale delle finanze ha posto in consultazione gli avamprogetti della Legge federale sui servizi finanziari (LSF) e della Legge federale sugli istituti finanziari (LIFin).

I primi ad essere toccati dall’avamprogetto sono i gestori patrimoniali e secondariamente le società di consulenza agli investimenti. I gestori patrimoniali perché saranno ex novo sottomessi ad una vigilanza prudenziale, i secondi perché, se forse risparmiati da un regime di sorveglianza, nell’ambito della loro attività saranno anch’essi confrontati agli standard di trasparenza dettati dalla LSF[1].

A nostro avviso va sempre posto in primo piano che nessun articolo dei progetti è già in vigore[2], così come va ritenuto che non è ancora dato un accordo con le autorità dell’UE sull’accesso al mercato europeo in favore degli istituti finanziari elvetici. Inoltre le opinioni delle diverse associazioni di categoria divergono, anche in maniera importante, sui vari aspetti della riforma, delineandosi fondamentalmente due tendenze: accoglienza piuttosto favorevole da parte di associazioni di categoria non legate alla gestione patrimoniale e da parte di istituti più grandi in genere, piuttosto negativa da parte di associazioni di gestori patrimoniali e da parte di intermediari più piccoli. Pressoché unanime nel settore finanziario è invece il diniego di eccessi nella tutela del cliente in ambito processuale[3] e in punto alla conformità fiscale.

Si espongono di seguito in linee generali quali sono le nuove esigenze poste all’esercizio dell’attività dei gestori patrimoniali di clienti individuali[4] secondo il progetto del DFF, cercando nel contempo di individuare i campi a nostro avviso passibili di una rivalutazione da parte delle autorità federali.

 

Autorizzazione e vigilanza

Sarà necessario garantire l’attività irreprensibile e disporre pertanto di un’organizzazione adeguata e di un efficace controllo interno, nonché assicurare la necessaria formazione del proprio personale in funzione dei servizi forniti. Cosa questo comporti, fino all’emanazione di una relativa ordinanza del Consiglio federale, non è assolutamente assodato né in punto alla struttura necessaria da implementare, né in punto agli effettivi del personale o alla garanzia o stipulazione di una assicurazione RC professionale. Si può però ipotizzare che sarà necessario riesaminare sin d’ora le proprie strutture per riuscire ad implementare nelle giuste proporzioni quanto sarà legalmente fissato dalla LIFin e, per quanto possibile, anticipare lo sviluppo di strutture minime inderogabili dell’organizzazione già oggi identificabili. La salvaguardia di diritti acquisiti secondo l’art. 125 cpv. 3 LIFin (“grandfathering”), che prevede l’esenzione dalla vigilanza prudenziale se il gestore possiede sufficiente esperienza (15 anni) e non acquisisce nuovi clienti, potrebbe essere rivista sia in senso restrittivo sia estensivo, vista a priori la poca praticabilità del “grandfathering” così come ora concepito.

Registrazione dei consulenti alla clientela

Si ipotizza un albo dei consulenti alla clientela, analogamente a quello degli avvocati, in cui ogni singolo consulente debba essere iscritto, inclusi i consulenti alle dipendenze di un istituto finanziario autorizzato (art. 29 segg. LSF).

A nostro avviso, nel senso di un approccio equilibrato e prudente verso i molteplici cambiamenti proposti, viste le diverse obiezioni sollevate su questo registro e considerato come non sussista una pressione dell’UE su questo punto[5], pertanto ritenuto da diverse parti un eccessivo “Swiss finish”, è forse prematuro prendere concretamente in considerazione tale registro. D’altro canto la formazione e l’aggiornamento della consulenza, premessa per operare con la clientela, dovranno verosimilmente essere attualizzati e formalizzati in funzione delle future esigenze.

Indipendenza e retrocessioni

Ai sensi dell’art. 9 LSF 
i fornitori di servizi finanziari si potranno definire indipendenti soltanto se prendono in considerazione un numero sufficiente di strumenti finanziari offerti sul mercato e, in relazione alla fornitura del servizio, se non accettano vantaggi da terzi oppure accettano vantaggi facendone però beneficiare i clienti.

In questo ambito sembrano ineluttabili misure di maggiorata trasparenza e aggiornamenti delle proprie formalità per evitare in particolare i conflitti di interesse, sia per una questione di vigilanza prudenziale, sia nella rielaborazione del proprio business model, così come per tutelare maggiormente l’istituto finanziario in casi di futuri contenziosi giuridici con i clienti. L’orientamento generale nella prassi giuridica verso la protezione dell’investitore, a prescindere dall’iter delle riforme legislative in discussione, sembra ormai delineato ed imporrà verosimilmente maggiore attenzione anche sulla garanzia di indipendenza nell’esecuzione del mandato da parte dell’istituto finanziario. L’art. 25 LSF impone l’adozione di provvedimenti organizzativi adeguati, disciplinati da una futura ordinanza del Consiglio federale, per evitare conflitti d’interesse nella fornitura di servizi finanziari o per escludere lo svantaggio da essi derivanti. Laddove non fosse possibile, l’art. 25 LSF sancisce l’obbligo di informare conseguentemente i clienti. Per quanto attiene in particolare alle retrocessioni, l’art. 26 LSF riprende i criteri fissati dalla giurisprudenza del Tribunale federale[6] e ripresi nella Circolare FINMA 09/1, cifre 27-31[7].

Segmentazione della clientela ed obblighi di documentazione

Come per indipendenza e retrocessioni, sarà ineluttabile rivedere le modalità di informazione della propria clientela attraverso un’adeguata diversificazione della stessa in funzione delle tipologie di investitori con cui si è confrontati, per i quali andrà altresì predisposto un esaustivo profilo. L’avamprogetto legislativo, sulla falsa riga della MIFID europea, differenzia tre categorie: clienti privati, clienti professionali e istituzionali. A queste categorie si affiancano le analisi dell’idoneità e dell’adeguatezza degli investimenti, che andranno o meno eseguite, in funzione della presunta preparazione del cliente, ritenuta data a priori per clientela istituzionale.

A prescindere dai contenuti delle categorie ideate dalla LSF e dal tenore delle verifiche necessarie, è importante rivedere il proprio approccio verso la clientela per delineare degli standard minimi di diversificazione e di controllo dell’opportunità degli investimenti che possano allinearsi con le nuove tendenze, formalizzando le misure adottate in sintonia con gli obblighi di documentazione di cui all’art. 15 LSF, senza stravolgere, nei limiti del possibile, l’assetto operativo attuale.

Ciò anche in considerazione delle intenzioni del Governo di agevolare l’esecuzione di pretese civili, in particolare tramite l’inversione dell’onere della prova per quanto attiene l’avvenuta informativa ai sensi delle disposizioni legali (art. 74 LSF). Anche su questo punto, partendo dalla considerazione che il futuro sembra ad ogni modo indirizzato verso una maggiore protezione dell’investitore, si può a nostro avviso prevedere la necessità di maggiore tutela degli intermediari finanziari stessi tramite l’allestimento di verbali e documenti probatori da produrre in caso di contenzioso con il cliente.

Conformità fiscale (art. 11 LIFin)

L’obbligo di verifica della conformità fiscale ricadrebbe su tutti gli istituti soggetti alla vigilanza prudenziale[8], per la clientela residente in quei Paesi con cui la Svizzera non ha concluso un accordo sullo scambio automatico di informazioni in materia fiscale secondo uno standard riconosciuto a livello internazionale. Il Consiglio federale sarebbe incaricato di coordinare l’entrata in vigore di questa norma. In questo contesto si evidenzia da un lato come i futuri standard di scambio di informazioni in materia fiscale potrebbero prevedere un effetto retroattivo finanche triennale[9], dall’altro si rileva come la Weissgeldstrategie sia ormai riferimento obbligato nei business model di qualsiasi istituto finanziario elvetico[10]. I rischi giuridici e reputazionali nazionali ed internazionali[11], così come il nuovo assetto deontologico dell’intera Piazza finanziaria elvetica voluto dalle autorità, non lasciano più margine per la gestione di fondi fiscalmente non trasparenti di residenti esteri, a prescindere dall’entrata in vigore dell’art. 11 LIFin o dai connessi obblighi di segnalazione per casi gravi di evasione fiscale quali reati preliminari del riciclaggio secondo la prevista riforma della Legge sul riciclaggio di denaro (LRD).

Conclusioni

È innegabile che i gestori patrimoniali e i consulenti agli investimenti si troveranno confrontati a rilevanti cambiamenti normativi, di cui si ignorano ancora i contorni definitivi, fatto che non agevola la pianificazione delle future strategie operative. Sarà pertanto necessario confrontarsi in modo serio ed equilibrato con gli sviluppi legali, onde trovare le soluzioni adeguate per la propria struttura, sia per i piccoli intermediari sia per le entità di dimensione maggiore. L’outsourcing di servizi potrebbe essere preso in considerazione soprattutto dalle strutture più piccole.
L’auspicato accesso al mercato UE, nonostante nuove leggi, ad oggi non è da ritenersi garantito, per cui potrebbe essere valutata, da parte di alcuni gestori patrimoniali, una limitazione delle proprie attività alla mera consulenza agli investimenti per sottrarsi alla vigilanza prudenziale (non agli obblighi dettati dalla LSF), così come un trasferimento all’estero di proprie strutture, laddove vi fosse uno Stato che garantisse alla FINMA assistenza amministrativa in ambito di vigilanza, premesso che la registrazione di istituti finanziari esteri operanti sul territorio elvetico potrebbe comunque essere inderogabile e che gli standard imposti dalla LSF sarebbero applicati anche sui servizi crossborder verso la Svizzera.

[1] Cfr. Rapporto esplicativo per la procedura di consultazione, cifra 1.3.2.1. Le norme contenute nella LSF dovrebbero altresì concretizzare i principi regolanti il rapporto civile tra cliente e istituto finanziario. La lesione degli obblighi previsti dalla LSF può comportare una sanzione penale a prescindere dalla vigilanza prudenziale, vedi art. 121 LSF che si applica a “chiunque” operi illecitamente.

[2] Entrata in vigore prevista per il 2017.

[3] D’altro avviso ad esempio Stiftung für Konsumentenschutz. Vedi anche il dibattito sulla presunta „discriminazione processuale“ del settore finanziario in Tages Anzeiger 17.10.2014 .

[4] Categoria distinta da quella dei gestori patrimoniali qualificati ai sensi dell’art. 21 LIFin, che gestiscono a titolo professionale valori patrimoniali a nome e per conto di investimenti collettivi di capitale e istituti previdenziali.

[5] Cfr. Rapporto esplicativo per la procedura di consultazione, cifra 1.6.2.3. Va rilevato che diverse normative nazionali, come quelle tedesche, prevedono l’iscrizione in un registro dei consulenti. Per quel che attiene alle evoluzioni in Italia sulla vigilanza in ambito della consulenza finanziaria si veda ad esempio http://www.advisoronline.it .

[6] Cfr. DTF 138 III 375 e DTF 137 III 393 consid. 2.4.

[7] https://www.finma.ch/i/regulierung/pagine/rundschreiben.aspx

[8] Cfr. Rapporto esplicativo per la procedura di consultazione, commento ad art. 11 LSF.

[9] In merito agli standard CRS dell’OCSE e alla retroattività nell’assistenza amministrativa in materia fiscale previsti da OCSE e Consiglio d’Europa si veda la precedente News 2.

[10] Si veda a riguardo la precedente News 3 e le prese di posizione di FINMA, ASB e ABES in tema di Weissgeldstrategie ivi riportate.

[11] Si ponga mente ad esempio alla copertura penale verosimilmente garantita ad intermediari esteri nell’ambito della voluntary disclosure italiana, solo però nel caso di regolarizzazione dei fondi da parte del cliente.

News 3 / 17.10.2014 - Diritto bancario - Blocco dei conti di correntisti italiani da parte di banche svizzere e voluntary disclosure italiana

Blocco dei conti di correntisti italiani da parte di banche svizzere e voluntary disclosure italiana

È ormai fatto notorio che le banche elvetiche stiano attuando politiche più o meno restrittive nell’ambito della movimentazione di conti detenuti da cittadini stranieri che potrebbero non avere ottemperato ai propri obblighi fiscali.

Dal punto di vista della vigilanza bancaria gli istituti soggiacciono all’obbligo di prevenire rischi giuridici e reputazionali. Fra questi è ormai radicato il problema della non trasparenza fiscale dei fondi depositati dalla clientela, così come attestato da prese di posizione generali della Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (FINMA)[1], da comunicati stampa della Associazione Svizzera dei Banchieri (ASB)[2] e da informative dell’Associazione delle banche estere in Svizzera (ABES)[3].

Si sta dibattendo attualmente a Berna una nuova legge sugli istituti finanziari (LIFin) che introdurrebbe nel suo articolo 11 il principio della verifica da parte degli istituti finanziari in punto alla conformità fiscale dei fondi dei propri clienti (senza per altro prevedere ad oggi alcuna differenziazione tra contribuenti indigeni ed esteri), che andrebbe a concretizzare la cosiddetta “Weissgeldstrategie”. Anche la legge federale relativa alla lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo nel settore finanziario (LRD) dovrebbe essere modificata nel senso di obbligare in futuro le banche svizzere a segnalare casi gravi di evasione fiscale.

Viste le incertezze in merito alla retroattività dell’applicazione delle norme contenute nei progetti legislativi suddetti[4], le banche, sulla base degli approcci deontologici indicati da FINMA e associazioni di categoria, stanno attuando una prassi restrittiva volta a ridurre o impedire la movimentazione di fondi non dichiarati, onde evitare di incorrere un domani, non troppo lontano, in sanzioni da parte dell’autorità di vigilanza o peggio ancora da parte di autorità penali estere. Va infatti ricordato come ad esempio per il diritto italiano l’accettazione consapevole di fondi non dichiarati e una successiva liberazione degli stessi via contante, potrebbe configurare il reato di riciclaggio di denaro.

Come ben illustrato da esperti nel campo specifico, queste prassi non poggiano su una chiara base legale[5]. La stessa ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf ha ricordato a fine 2013 in Parlamento, rispondendo ad una mozione, che non sussistono disposizioni legali che fissino dei limiti operativi al prelievo in contanti[6], fatto salvo per quel che attiene al riciclaggio di denaro sporco, ovvero proveniente da crimini.

Le banche, temendo ripercussioni legali e reputazionali a causa delle prossime norme elvetiche sulla trasparenza fiscale, e, in particolare, temendone un effetto retroattivo, ovvero temendo di vedersi rimproverare dalla FINMA una collaborazione in riciclaggio di fondi provenienti da evasione in base ad una norma che ad oggi in Svizzera ancora non è in essere (lo è però all’estero), tendono ad anticipare i tempi e ad indurre la clientela ad approfittare delle procedure di regolarizzazione offerte dal loro Paese o a invitarla a lasciare l’istituto, preservando però nel contempo la tracciabilità delle operazioni di chiusura ed evitando così di agevolare la “fuga” della clientela dal proprio fisco. Dunque sono osteggiati prelievi cash e bonifici verso Paesi offshore, che potrebbero precludere agli istituti eventuali coperture penali in progetto in Italia[7].

Nel caso estremo la banca preferirà portare la clientela davanti al Giudice civile per ottenere il suggello sulla bontà del proprio operato: o i fondi non saranno sbloccati dal Giudice e quindi il comportamento della banca sarà ritenuto corretto, oppure vi sarà un ordine del Tribunale che libererà i fondi e quindi anche la banca dal proprio imbarazzo di decidere autonomamente sul caso.

Il Giudice civile dovrà pertanto prendersi la responsabilità di decidere caso per caso se optare per favorire il diritto privato relativo al contratto di mandato, che prevede per il mandatario l’obbligo di eseguire le istruzioni del cliente, oppure se ritenere già ad oggi data una giustificazione in favore della banca per non eseguire determinate movimentazioni, ordinate dai suoi clienti, sulla base dei rischi legali svizzeri e a livello internazionale.

Voluntary disclosure italiana: valida alternativa da offrire al cliente?

Uno dei criteri per concedere alla banca il mantenimento del blocco o della restrizione della movimentazione da parte del Giudice civile potrebbe essere rappresentata dall’offerta alla clientela di operatività alternative, tra le quali potrebbe essere presa in considerazione un sostegno nella regolarizzazione dei fondi nel proprio Paese di residenza, così come richiesto dalle banche svizzere[8].

La posizione di dottrina e prassi elvetiche è sempre stata caratterizzata dal principio che esclude un danno patrimoniale del cliente, quando i suoi dati bancari sono comunicati all’estero e la dovuta tassazione viene applicata dallo Stato di residenza. Questo può essere condiviso dal punto di vista del danno patrimoniale, trattandosi di una posta legalmente dovuta.

Per quanto attiene però alla sostenibilità della voluntary disclosure italiana, così come attualmente in discussione e dunque non ancora in essere, quale alternativa offerta dalla banca al prelievo o al trasferimento dei fondi, nell’ottica del cliente va rilevato che la voluntary disclosure non contempla, per quanto estesa, una garanzia completa ed univoca di esenzione dalle conseguenze del diritto penale (fiscale) italiano[9], che a determinate condizioni potrebbe ovviamente comportare anche la reclusione[10]. In particolare alcune fattispecie di reati basati sulla frode e di carattere societario non godrebbero di copertura penale. La nuova fattispecie penale dell’autoriciclaggio verrebbe ad ogni modo a cadere, quantunque a determinate condizioni[11].

Importante è evidenziare che, dal punto di vista sanzionatorio, i detentori di conti in Stati “black list”, che entro due mesi sigleranno un accordo di scambio di informazioni, potranno usufruire dello stesso trattamento rispetto a coloro che hanno depositato i loro fondi in paesi “white list”[12].

In uno Stato di diritto nessuno è di principio costretto a denunciarsi né a collaborare attivamente contro se stesso in un procedimento penale. Pertanto è ipotizzabile che, senza chiare basi legali svizzere e italiane, i Tribunali civili svizzeri arrivino già oggi e in futuro a ritenere attuabile una restrizione della movimentazione di un conto corrente bancario sulla base della possibilità per il cliente di procedere ad una voluntary disclosure, così come discussa dal Parlamento italiano, che non esclude ancora in assoluto la persecuzione penale dell’autodenunciante? Se sì, a quali premesse?

Queste domande restano aperte. Si sa che i Tribunali di prima istanza per ora oscillano tra sentenze pro cliente e sentenze pro banca. Nel futuro prossimo dovrebbero essere emesse sentenze di tribunali cantonali superiori che potrebbero infine concretizzare i parametri legali applicabili.

Va da sé che vieppiù si andrà a concretizzare il citato progetto di “Weissgeldstrategie” inserito nell’art. 11 LIFin e le procedure di regolarizzazione estere, così come qualora dovessero essere ratificate convenzioni internazionali che impongono la retroattività nello scambio di informazioni fiscali[13], tanto più l’offerta di una concreta regolarizzazione fiscale fatta dalla banca svizzera al cliente avrebbe maggiore legittimazione giuridica e peso nella ponderazione degli interessi. Il Giudice civile si troverà infatti domani confrontato a norme di diritto pubblico, che vincolano le banche in ambito fiscale, ben più delineate rispetto ad oggi e quindi la probabilità che l’eventuale contenzioso giuridico tra banca e cliente, in merito alle restrizioni sulla movimentazione imposte dall’istituto, possa essere deciso in favore di quest’ultimo andrà verosimilmente aumentando con il passare del tempo.

[1] Cfr. Posizione FINMA sui rischi giuridici del 22.10.2010 e relative FAQ 19.06.2012 rispettivamente in http://www.finma.ch/i/finma/publikationen/Documents/positionspapier_rechtsrisiken_i.pdf e

http://www.finma.ch/I/FAQ/BEAUFSICHTIGTE/Pagine/faq-grenzueberschreitendes-geschaeft.aspx .

[2] http://www.swissbanking.org/it/20131129-2000-bri-steuerkonformitaetstrategie_mitgliederversand_def_de-sme.pdf

[3] Nella News di Settembre 2014 dell’ABES si segnalano “casi in cui i clienti che non desiderano regolarizzare la loro situazione fiscale trasferiscono i capitali a delle banche svizzere. Una banca che accetta tali leavers è in contravvenzione con le raccomandazioni dell’Associazione Svizzera dei Banchieri. Le banche sono riluttanti a versare in contanti il patrimonio di leavers; il paper trail deve rimanere intatto. Le banche suggeriscono di trasferire il patrimonio su un conto bancario nominativo nel paese di residenza del cliente. Apparentemente tribunali di diversi cantoni considerano che la banca agisce correttamente se rifiuta il pagamento in contanti in caso di dubbio circa la regolarità della situazione fiscale del cliente”.

[4] Vedi anche la precedente News 2 in relazione alla possibile retroattività in ambito di assistenza amministrativa in materia fiscale.

[5] Cfr. Paolo Bernasconi, Patrimoni depositati e istruzioni dei clienti, in CdT 26.08.2014 e in http://www.egi-offshore.com/articoli-blog/svizzera-banche-bloccano-prelievi-bancari-a-correntisti-stranieri.html

[6] Cfr. http://www.tio.ch/News/Affari/766698/Prelievi-in-contanti-per-ora-nessun-controllo-piu-severo/

[7] In merito alle importanti coperture penali garantite agli intermediari esteri nel progetto di voluntary disclosure italiana vedi http://www.compliancenet.it/voluntary-disclosure

[8] Vedi note 2 e 3.

[9] Cfr. Leo De Rosa, in http://www.intermediachannel.it/rientro-dei-capitali-ecco-come-investire/

[10] Cfr. elenco delle sanzioni tributarie e penali redatto dall’Agenzie delle entrate in http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/file/Nsilib/Nsi/Agenzia/Agenzia+comunica/Prodotti+editoriali/Guide+Fiscali/Agenzia+informa/pdf+guide+agenzia+informa/Guida_Le_sanzioni_tributarie_e_penali.pdf , pag. 9 segg.

[11] Cfr. http://www.assinews.it/articolo_stampa_oggi.aspx?art_id=26026

[12] Per una visione generale sugli aspetti procedurali, penali e sanzionatori della legge italiana vedi http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2014/10/16/rientro-capitali-o-autoriciclaggio.-ok-camera-ora-senato_c7582f9a-10a6-411d-8dd5-ca024f00199a.html 

[13] Vedi precedente News 2.

News 2 / 14.10.2014 - Diritto fiscale - Orizzonti temporali dell'evoluzione nell'ambito dell'assistenza amministrativa elvetica in materia fiscale: fine dello status quo e retroattività

In data 8 ottobre 2014 il Consiglio federale ha inoltrato una lettera al Forum globale mondiale sulla trasparenza e sullo scambio di informazioni che attesta la volontà delle autorità elvetiche di aderire ai nuovi standard OCSE sullo scambio di informazione[1] dal 2017[2], anno in cui gli istituti bancari elvetici inizieranno a raccogliere i dati da fornire al fisco estero, da inoltrare a partire dal 2018[3].

Questo significa in concreto che le banche svizzere, così come quelle dei Paesi OCSE, filtreranno dapprima la residenza fiscale della propria clientela sulla base di criteri (indizi)[4] standardizzati dall’OCSE, che impongono una minuziosa verifica, e quindi procederanno alla segnalazione automatica delle posizioni rilevanti ad ognuno degli Stati firmatari di una convenzione contro la doppia imposizione (CDI) con la Svizzera.

Tutto questo benché gli standard OCSE non rappresentino a priori norme di diritto imperativo, né men che meno siano stati votati dal popolo svizzero. A fronte però del peso politico dell’organizzazione internazionale in ambito finanziario, si pensi solo all’effetto intimidatorio delle liste nere e grigie, de facto i criteri OCSE non possono più di principio essere ignorati da qualsiasi Stato.

Entro il 2017 al più tardi ogni conto di residenti stranieri verrà sistematicamente rilevato dalle banche svizzere e quindi comunicato alle autorità estere di riferimento.

Un contribuente straniero può dunque ancora attendere almeno sino al 2017 per valutare un’eventuale regolarizzazione nei confronti delle proprie autorità fiscali?

In questo contesto va dapprima presa in considerazione la Convenzione sulla reciproca assistenza in materia fiscale del Consiglio d’Europa e dell’OCSE, una convenzione quadro che verrà integrata in futuro nelle CDI bilaterali della Svizzera e degli altri Stati firmatari della Convenzione.

Come per quanto attiene agli standard OCSE in genere, non sussiste per la Confederazione un obbligo formale di aderire a tale convenzione. Va da sé che, come per lo standard insito nell’art. 26 del modello OCSE relativo all’assistenza amministrativa, che prevede la stessa anche in ambito di evasione fiscale, o come per i summenzionati standard CRS annunciati dall’OCSE nel luglio di quest’anno[5], la non ottemperanza al quadro previsto dalla Convenzione sulla reciproca assistenza in materia fiscale del Consiglio d’Europa e dell’OCSE potrebbe anch’essa un domani ingenerare finanche l’esclusione della Svizzera dal circuito finanziario internazionale.

Non a caso il Consiglio federale ha già sottoscritto questa convenzione quadro nell’ottobre del 2013.

L’interesse per questa convenzione verte qui sugli aspetti dell’applicazione temporale della stessa. Essa prevede infatti una retroattività minimale di tre anni dall’entrata in vigore della CDI che ne adotterà lo standard[6]. Ciò significa che se la Svizzera ratificasse tale accordo multilaterale, la Confederazione potrebbe essere costretta ad accettare richieste di assistenza amministrativa in materia fiscale vertenti su fattispecie risalenti almeno sino a tre anni prima dell’inoltro delle domande.

Se il Parlamento elvetico dovesse dunque ratificare la Convenzione sulla reciproca assistenza in materia fiscale del Consiglio d’Europa e dell’OCSE, sottoscritta dal Consiglio federale, le Convenzioni in essere sullo scambio di informazioni e quelle future che verranno concluse secondo gli standard OCSE, avrebbero un effetto retroattivo almeno per gli anni fiscali 2015-2017, se non oltre, qualora la CDI prevedesse una retroattività ancora più estesa.

Se fosse posta in essere la Convenzione sulla reciproca assistenza in materia fiscale del Consiglio d’Europa e dell’OCSE, in altre parole, tutti i dati presenti in una banca elvetica al più tardi al 1. gennaio 2015 potrebbero potenzialmente essere oggetto di domande di assistenza in materia fiscale da parte di autorità estere.

Una vera e propria spada di Damocle per cui la certezza del diritto elvetico nell’ambito dell’assistenza amministrativa in materia fiscale potrebbe essere ulteriormente messa a dura prova a partire da quella data. Problematica che non giunge sola.

In genere la Svizzera aveva sinora rinegoziato CDI secondo i nuovi standard OCSE limitando lo scambio di informazioni di principio all’anno seguente l’entrata in vigore delle norme procedurali. Con l’introduzione della Legge sull’assistenza amministrativa in materia fiscale (LAAF), senza che ve ne fosse una palese necessità giuridica e nonostante le restrizioni di diritti costituzionali del caso[7], palesando problemi discriminatori in ambito OCSE[8], il Consiglio federale ha optato di procedere all’aggiornamento unilaterale di tutte le CDI in essere conformemente allo standard OCSE e di concedere di principio domande raggruppate ex LAAF con effetto dal 1° gennaio 2013[9].

 

All’art. 1 cpv. 2 dell’ordinanza sull’assistenza amministrativa fiscale (OAAF) si precisa da parte del Consiglio federale a riguardo dell’applicabilità temporale della LAAF:

“Sono fatte salve le disposizioni derogatorie della convenzione applicabile nel singolo caso“ .

È però lecito pensare che l’offerta anticipata del Consiglio federale di retroattività al 1° gennaio 2013 andrà a influenzare le trattative con uno Stato estero per l’aggiornamento di una CDI.

[1] OCSE, Standard for automatic exchange of financial account information, Common Reporting Standard (CRS), 2014.

[2] Va detto che altri Stati, come Italia e Francia, hanno manifestato l’intenzione di procedere già nel 2016 alla raccolta dati e dal 2017 allo scambio di informazioni.

[3] Il nuovo standard OCSE, una sorta di FATCA “soft” multilaterale, di per sé non è retroattivo, riservato quanto detto successivamente con riferimento alla Convenzione sulla reciproca assistenza in materia fiscale del Consiglio d’Europa e dell’OCSE.

[4] Ad esempio, oltre alla nazionalità, l’indirizzo di residenza e il numero di telefono del cliente, così come la presenza di un procuratore residente estero piuttosto che ordini permanenti di bonifico verso un determinato Stato.

[5] Vedi nota 1.

[6] Cfr. http://www.news.admin.ch/NSBSubscriber/message/attachments/32299.pdf

[7] In merito agli aspetti costituzionali relativi al diritto di essere sentito (art. 29 CF) e alla garanzia della via giudiziaria (art. 29a CF), in particolare la loro intangibilità (art. 36 CF), si rimanda al contributo di Francesco Naef in http://www.supsi.ch/fisco/pubblicazioni/novita-fiscali/anno-2014/febbraio.html .

[8] Cfr. risposta del Consiglio federale datata 26.02.2014 alla mozione del parlamentare Ruedi Noser in http://www.parlament.ch/d/suche/seiten/geschaefte.aspx?gesch_id=20134269

[9] Sulle possibili varianti considerabili dal Consiglio federale cfr. Vorpe/Macchi/Molo, Il nuovo standard OCSE in materia di assistenza amministrativa ammette le domande raggruppate, in Rivista ticinese di diritto, II-2012, pag. 749 e seg., in specie nota 38.

News 1 / 13.10.2014 - Diritto fiscale - Libero accesso alle informazioni bancarie per tutte le autorità straniere, in particolare italiane, senza preavviso alle persone interessate?

Si legge sulla stampa che le autorità fiscali della Penisola avrebbero ora la possibilità di accedere alle informazioni relative ai conti bancari detenuti in Svizzera da cittadini italiani, analogamente al recente caso francese che ha coinvolto una nota banca elvetica, sulla base della Legge federale sull’assistenza amministrativa internazionale in materia fiscale (LAAF), la quale avrebbe valenza universale, in specie anche per l’Italia. Si tratta di una legge svizzera che apre la porta alle cosiddette richieste raggruppate di informazione e non premette, a determinate condizioni, una procedura giudiziaria con possibilità di ricorso prima dell’invio delle informazioni all’estero.

Va innanzitutto ricordato che l’assistenza amministrativa internazionale in materia fiscale elvetica si basa su accordi multilaterali o bilaterali di diritto internazionale, che sono la premessa di ogni assistenza. Su questa premessa poggia anche la recente LAAF, la quale premette l’esistenza di una clausola di scambio delle informazioni fiscali nell’ambito di una convenzione contro la doppia imposizione (CDI)[1] con un determinato Stato.

Il caso summenzionato di assistenza da parte delle autorità elvetiche e relativo a 300 conti di residenti francesi[2] si basa sulla CDI del 2010 sottoscritta tra Svizzera ed autorità transalpine che prevede uno scambio di informazioni secondo il cosiddetto standard OCSE[3], ovvero uno scambio che permette il passaggio di informazioni anche solo in ambito di “mera” evasione fiscale[4].

Dunque con la Francia una clausola “generale” di scambio di informazioni in grado di coprire anche i casi di evasione è già in essere[5]. La LAAF va unicamente ad ampliare ed agevolare le richieste di Stati che, come la Francia, sono già in grado di richiedere informazioni per l’applicazione del diritto interno. Questi Stati potranno inoltrare domande raggruppate per più casi di presunte infrazioni fiscali senza dovere identificare ognuno dei possibili evasori con informazioni circostanziate, eventualmente senza dovere attendere l’esito di un ricorso in Svizzera se vi sono motivi di urgenza validamente esposti dalle autorità richiedenti[6] (per inciso va rilevato che le autorità elvetiche (AFC) hanno smentito di avere proceduto nel caso francese succitato senza avere preventivamente informato i diretti interessati dalla procedura[7]).

Tutto questo ad oggi non vale per l’Italia.

Le trattative ferme tra Svizzera e la Repubblica italiana in ambito fiscale comportano che la CDI in essere tra i due Stati sia rimasta al previgente standard internazionale e dunque l’assistenza per presunte evasioni fiscali non è fondamentalmente in essere. Non esistendo uno scambio secondo l’art. 26 del modello OCSE tra i due Paesi all’interno della CDI tra Italia e CH, la LAAF non può essere applicata alle richieste di assistenza amministrativa italiana.

Ne consegue che, ad oggi, i contribuenti italiani detentori di relazioni in Svizzera non possono essere oggetto di domande di assistenza (raggruppate) italiane per semplice evasione fiscale, né tanto meno essere oggetto delle stesse senza preventiva informativa da parte delle autorità elvetiche. Per ora, nonostante i rimproveri da parte di Berna che vorrebbe a breve un nuovo accordo[8], vige ancora lo status quo nei confronti dell’Italia.

Per cercare di ipotizzare per quanto tempo ancora si invita a leggere la successiva News 2.

[1] Art. 2 e art. 7 lett. b LAAF; cfr. Rapporto esplicativo del Consiglio federale concernente la legge sull’assistenza amministrativa fiscale, commento ad art. 1 cpv. 2 e ad art. 7 lett. b.

[2] Paolo Bernasconi, “Fisco, multe e clienti: la miscela incendiaria”, in CdT 07.10.2014.

[3] L’OCSE è un’organizzazione internazionale che, fra i vari compiti, fissa dei parametri di trasparenza fiscale, il cui mancato rispetto può comportare de facto l’esclusione dal circuito finanziario internazionale di uno Stato.

Lo standard OCSE è principalmente riferito all’art. 26 del cosiddetto modello OCSE.

[4] In passato un contribuente estero che semplicemente (senza frodi) ometteva di dichiarare determinati fondi, non doveva temere che le proprie autorità fiscali potessero ricevere informazioni bancarie dalla Svizzera.

[5] Vedi elenco delle CDI con e senza standard OCSE del Dipartimento federale delle finanze in https://www.sif.admin.ch/sif/it/home/themen/internationale-steuerpolitik/doppelbesteuerung-und-amtshilfe.html

[6] In merito agli aspetti costituzionali relativi al diritto di essere sentito (art. 29 CF) e alla garanzia della via giudiziaria (art. 29a CF), in particolare la loro intangibilità (art. 36 CF), si rimanda al contributo di Francesco Naef in http://www.supsi.ch/fisco/pubblicazioni/novita-fiscali/anno-2014/febbraio.html

[7] http://www.nzz.ch/wirtschaft/bern-schickt-100-kundendossiers-der-ubs-nach-frankreich-1.18398467

[8] http://www.cdt.ch/svizzera/politica/116875/widmer-schlumpf-a-padoan-ora-basta.html